reportage
FRA SOGNO E REALTÀ: L'ANTICA CHIESA ALLAGATA DI SAN VITTORINO
Di Carlo Ravenna (SUB, febbraio 2005)

Per la terza volta in due settimane lasciamo Roma in auto con il bagagliaio pieno di attrezzature subacquee e fotografiche. Anche questa volta, come le due precedenti, la "prua" del veicolo è puntata non verso il mare ma in direzione delle colline e delle montagne dell'entroterra laziale. Finora non siamo stati fortunati col tempo e una volta in loco abbiamo dovuto rinunciare, nonostante le attenzioni alle previsioni. Ogni volta infatti ci siamo trovati ravvolti in una maledetta nuvolaglia fantozziana che s'immobilizzava sotto il sole, oscurando uno scenario che già di per sé tende a sottrarre luce.

Ma andiamo con ordine.

Lo scopo della gita fuori porta è infatti quello di fotografare, da sopra e da sott'acqua, un'antica chiesa parzialmente allagata. La location è a cielo aperto, perché il suggestivo rudere che ci accingiamo a raccontare non presenta più una copertura vera e propria; quindi all'interno c'è luce, ma gli spezzoni murari elevati per alcuni metri fanno ombra per molte ore della giornata, rubando così diaframmi preziosi in foto ambiente, soprattutto se nella stessa immagine si vuole inserire una porzione sommersa e una terrestre. Quando però i raggi solari riescono a trovare dei varchi tra le murate, affondando nelle acque sorgive che si dipanano dal sottosuolo all'interno della chiesa, è possibile comporre immagini di notevole impatto scenografico.

E' autunno inoltrato e sappiamo che in questo periodo, iniziando a calarci in acqua a fine mattinata, con il sole alto, possiamo raggiungere lo scopo in maniera soddisfacente.

Superato il bivio per Rieti di buon ora, seguiamo la Salaria in direzione di Ascoli Piceno. La giornata é finalmente luminosa e il panorama si fa via via più suggestivo, costituito da un lembo pianeggiante in parte aggrappato, alla nostra sinistra, al fianco di un contrafforte roccioso. Dall'altro lato invece la vallata si allunga per chilometri, chiusa in lontananza da una serie di alture che movimentano l'amenità di questo paesaggio bucolico.

Superato il centro abitato di Cittaducale, entriamo nella verdissima pianura di San Vittorino, ovvero nella zona della chiesa omonima.

Ed eccola, questa chiesa, che sembra attenderci sul ciglio della strada. Malinconica e malconcia, mostra i suoi spezzoni murari parzialmente crollati, alcuni elementi architettonici che lasciano intuire un antico decoro, quasi una sfida all'inesorabile incedere del tempo.

Ma la fatiscenza è tale da poter facilmente far passare inosservato questo antico monumento, sfrecciando con l'auto sulla Via Salaria.

Finalmente non ci sono più quelle orribili ma necessarie impalcature in ferro di una recente ristrutturazione, che ci hanno costretto per un lungo periodo a rimandare quest'appuntamento, perché avrebbero certamente sottratto molta poesia alle fotografie.

Ci caliamo lungo un viottolo in discesa per alcuni metri, che porta all'ingresso della chiesa. Sull'architrave della porta principale compare la data (1613) dell'ultimazione dei lavori di costruzione dell'impianto.

Ci emoziona sapere che tra poco saremo immersi in questo posto, dentro un fabbricato religioso risalente a quasi 4 secoli fa.

Un ruscello scorre sotto l'entrata, portando acque fredde e limpidissime dall'interno dell'impianto all'esterno, verso la campagna.

Questo sarà un buon punto per metterci con la pancia sul fondo, profondo poche decine di centimetri, e comporre col il sole alle spalle delle foto metà e metà, con lo sfondo della chiesa vista attraverso la porta di entrata principale.

A pochi metri di distanza, nella campagna circostante c'è una piccola pozza; l'acqua frizzantina, gelida e incontaminata, é buonissima da bere, e ogni tanto qualcuno viene a riempire qualche bottiglia.

In ogni caso, tutta questa zona è ricchissima d'acqua, ed a questa caratteristica è legato il destino della chiesa che ha portato al suo abbandono, come sapremo tra poco.

La Piana di S.Vittorino è infatti attraversata dai fiumi del Velino e dal Peschiera e a distanza di poche centinaia di metri c'è il noto complesso termale di Cotilia, le cui acque erano ben conosciute fin dall'antichità per le loro qualità terapeutiche.

Queste sorgenti, che vennero già citate nel I sec. a. C. da Strabone, poi da Plinio il Vecchio e da Vitruvio, conobbero una gran celebrità quando iniziarono le loro assidue frequentazioni a Cotilia sia Flavio Vespasiano che suo figlio Tito, che morirono entrambi in una villa di loro proprietà situata nella zona. Ma la fama di queste sorgenti si perpetuò ancora nei primi secoli dell'alto Medioevo.

Secondo antichi documenti avvenne proprio alle Terme di Cotilia il martirio di San Vittorino di Amiterno, assieme ai santi Eutiche e Marone; si narra che il povero San Vittorino fu sospeso a testa in giù su di una sorgente di acqua sulfurea e lasciato morire lentamente.

Il luogo del martirio venne ricordato da una piccola chiesa già nota nell'alto Medioevo, ma la scarsa monumentalità di quel fabbricato comportò la decisione nel 1606 di costruirne un'altra più importante, dedicata alla Madonna. Quella chiesa, che si chiama San Vittorino, è oggi il luogo della nostra strana immersione.

La comunità di Cittaducale diede incarico al maestro Antonio Trionfo, originario di Domodossola, della progettazione e dell'esecuzione dei lavori della chiesa, ultimata come detto nel 1613.

Ma l'edificio era destinato a vita breve perché la costruzione avvenne su una zona acquitrinosa, peraltro soggetta a fenomeni carsici. Così la chiesa iniziò lentamente a sprofondare. In seguito, in un periodo non lontano dall'attuale, dei fenomeni sismici e un maggior afflusso della sorgente d'acqua che sgorga all'interno della chiesa provocarono il crollo di gran parte delle strutture.

Si dice che un tempo di acqua ce ne fosse davvero tanta e quel periodo sarebbe forse stato per noi sub il momento più bello per visitare la chiesa in questo modo insolito, con maschera e pinne.

E' infatti opportuno precisare che i lavori di consolidamento delle strutture hanno provocato un prosciugamento parziale della sorgente, ed attualmente la pozza principale non raggiunge i due metri di profondità ed ha un ampiezza molto limitata.

Di conseguenza va precisato che il luogo descritto in questo articolo non costituisce un'immersione vera e propria, cioè come la intendiamo noi appassionati subacquei.

Eppure torneremmo tante altre volte ad esplorare con la maschera questo particolare microcosmo d'acqua dolce.

In acqua non abbiamo trovato una fauna acquatica importante ma solo dei minuscoli organismi che può esser divertente ritrarre in macrofotografia.

Infatti è il grandangolo l'obiettivo principe per rendere giustizia sott'acqua a questo luogo suggestivo ed inquietante al tempo stesso, dove non a caso vennero girate alcune scene del film Nostalghia di Tarkovskji.

Il minuscolo laghetto occupa gran parte dell'ambiente interno. Inoltre, una volta dentro, tenendoci sulla destra (seguendo il muro perimetrale) possiamo visitare un'altra camera allagata di profondità lievemente superiore, diciamo sui due metri e mezzo al massimo. Questa seconda pozza è nascosta alla vista perché racchiusa tra le alte murate, quindi è anche molto meno illuminata, a prescindere dal debole chiarore che giunge dall'alto e da una finestrella posta poco sopra la superficie dell'acqua. Per raggiungere questa seconda risorgenza si scende attraverso un corto cunicolo in discesa, mentre un altro condotto in salita, sempre molto breve, consente una vista dall'alto. Da lì sopra, nella penombra, si apprezzano i riflessi bluastri dell'acqua, mentre guardando verso l'alto, al di sopra dei muri, si vedono bene i rami degli alberi e il blu del cielo. Veramente bello!

Comunque bisogna prestare la massima attenzione perché, come detto, si tratta di strutture davvero malandate.

Ora torniamo al laghetto in miniatura più illuminato, che compare non appena entrati nella vecchia chiesa. E' questo il "set" principale, il cuore dell'impianto da fotografare.

L'acqua è di una limpidezza impareggiabile, e questo è un fatto importante, tanto da rendere fiabesco questo minuscolo ambiente allagato. Riflessi, trasparenze, alghe e piante che emergono e affondano nella sorgente, aumentano il fascino di questo mondo silenzioso ed incantato, a metà strada tra sogno e realtà.

Un problema da non sottovalutare, accresciuto dalla limitatissima ampiezza dello specchio d'acqua, è dato dalla natura del fondale costituito, a parte una piccola pietraia, da un vero e proprio borotalco, che si alza non appena entrati, formando subito delle nubi impenetrabili, tant'è che al calpestio si avverte una sensazione tipo "sabbie mobili". Va da sè che per le foto subacquee è una lotta contro il tempo: bisogna entrare con movimenti perfetti, meglio in apnea, senza pinne e abbastanza chilati, uscendo ogni volta dopo qualche scatto per far riposare l'acqua per una decina di minuti e farla tornare trasparente. Ma a mio avviso, anche quando l'acqua diventa un pò lattiginosa si ottengono dei buoni risultati, poiché viene enfatizzata la suggestione e il senso di mistero dell'ambiente sommerso. Ad ogni modo, entrando e uscendo, si prende confidenza con l'ambiente da esplorare e fotografare, e gradualmente si acquisiscono nuove idee per le inquadrature, alla ricerca dei vari scorci che offre questo monumento, veramente affascinanti ed insoliti. Per esempio puntando l'oblò verso l'alto e leggendo nel dettaglio le antiche mura attraverso la trasparenza dell'acqua; magari con una pennellata di luce erogata dal flash, per accendere il verde di un piccolo tappeto di alghe che riposa immobile sulla superficie, assieme a queste strutture architettoniche ormai dimenticate.



Foto e testi di Carlo Ravenna