reportage
VIAGGIO NELLE CATTEDRALI DEL BUIO
I CENOTES DELLA RIVIERA MAYA

Di Carlo Ravenna

L'appuntamento è fissato per le 8.30. Il caldo sole messicano di primavera è già alto e dal mio bungalow immerso tra le palme raggiungo il diving quasi di corsa, con le piante dei piedi arroventate dal contatto con la sabbia candida già caldissima. Ad attendermi è Renato Ardigò, titolare del centro sub, che dopo pochi convenevoli è già pronto a trasmettermi tutta la sua passione per i cenotes, quel dedalo di grotte invase d'acqua nel sottosuolo della Riviera Maya, mostrandomi con soddisfazione dei manoscritti e un cd room sulle esplorazioni in queste cavità da sogno.

Milanese di nascita, ex bocconiano, poi professionista nella finanza lombarda, Renato ad un certo punto preferì il mare e la subacquea ai numeri ed al grigiore di una vita che sentiva non appartenergli. Così un bel giorno, assieme alla sua compagna, volò via dall'Italia.

Ma di quel passato nella imprenditoria milanese qualcosa è rimasto, eccome. Me ne accorgo quasi subito, conversando su alcuni progetti ambiziosi per la sua attività subacquea messicana, oppure su un'idea bizzarra ma concreta di ricostruire in Italia un sistema cenotes in una grande piscina, per preparare i subacquei a ciò che li attende nella vera realtà di questi labirinti che si intersecano in lungo e in largo per centinaia di chilometri quadrati nel sottosuolo messicano.

Ed in mare, chiedo?

"Belle immersioni si fanno qui di fronte, lungo i pendii vertiginosi del reef dell'isola di Cozumel, così come in molti punti di questo litorale di Playa del Carmen, dove alcune meravigliose formazioni coralline si alzano dalla sabbia bianchissima in un'acqua cristallina" - asserisce Renato - " con barracuda, tartarughe e squali nutrice che popolano queste acque insieme al variegato e coloratissimo campionario di forme marine di barriera". Insomma: è il classico mare caraibico. Avremo modo di immergerci in vari buoni punti, nei prossimi giorni".

Poi aggiunge: "Ma devo dire che i Cenotes sono un'altra cosa. Qualcosa, di unico, qualcosa di introvabile altrove. Con i loro scenari fantastici offrono sensazioni irripetibili. Non si può andare via dallo Yucatan senza averle provate".

Poi sfogliamo un magnifico libro sui Cenotes scritto dall'americano Steve Gerrard e guarda caso l'introduzione si apre così: "If yoy don't go, you won't know" ("se non vai, non potrai mai sapere").

Forse, in questa frase, c'è tutta la filosofia dell'esplorazione dei cenotes.

Così… la mattina seguente, eccoci di buon ora a caricare bombole, borse e borsoni sulla jeep del diving, uno spartano carrozzone da tre chilometri al litro, indistruttibile nello sfidare ogni giorno gli impervi sentieri della giungla. Un lungo viale ortogonale alla costa ed immerso nella fittissima vegetazione divide il raffinato Capitan Lafitte Resort, (situato a pochi chilometri da Playa del Carmen), dove alloggiamo e dove sorge il nostro centro immersioni, dalla "highway", la lunga strada statale che segue per centinaia di chilometri l'andamento costiero, una lama d'asfalto stretta tra il fazzoletto verde che va a morire sulle spiagge litorali e la giungla sterminata dell'entroterra. Questa strada collega tra loro Cancun, Puerto Morelos, Playa del Carmen, Puerto Aventuras, Tulum, etc.

La giungla qui è molto diversa da quella umida e verdeggiante di certe località tropicali che molti di noi sub ben conosciamo. Questa ci appare bassa e arida in molte zone, anche deludente a prima vista, dal punto di vista scenografico. Poi però lo sguardo si posa su un ramo e osservi un uccello esotico dalle mille sfumature di colore. O per terra, dove mimetizzate vivono ovunque famiglie di iguane, pigramente acquattate al sole.

In altre zone il terreno lascia il posto all'acqua: lì la vegetazione penetra in acqua a formare i mangrovieti, ambienti di straordinaria valenza ecologica per la loro funzione di bloccare i sedimenti trasportati dai flussi d'acqua, impedendo che finiscano in mare dove potrebbero soffocare i coralli.

Una giungla tanto selvaggia quanto insidiosa, ovunque, spesso anche un metro oltre il confine con le spiagge di sabbia bianca, a dieci metri dal mare. Ci sono svariate specie di serpenti velenosi, scorpioni ed enormi pelosissime tarantole, che nelle ore calde si appollaiano sui rami degli alberi. Noi non avremo il "piacere" di fare con esse conoscenza, ma nei giorni a seguire notiamo che questi ragni sono in un certo senso presi a simbolo da queste parti, perché ne vediamo spesso di gomma, appesi a fili trasparenti o messi in bella mostra come bambolotti in alcuni negozietti.

A un tiro di schioppo del resort c'è una piccola laguna immersa nella giungla dove ci sono coccodrilli, che a quanto ci riferiscono i locali spesso se ne vanno in mare a pesca, per poi tornare a "casa".

A riva, all'inizio dell'estate, le tartarughe escono dal mare per deporre le uova e passeggiando sotto le stelle è possibile assistere (a distanza, evitando di disturbare gli animali) a questo affascinante e importante rituale.

Tutto questo fa parte di un paradiso che a dire il vero sembra avere ottime possibilità per sparire in fretta, sopraffatto dalla forza invasiva dell'uomo, che in pochi anni ha gettato migliaia di metri cubi di cemento sopra chilometri e chilometri di coste selvagge e incontaminate. Tutto ciò è successo, per esempio, a Cancun, dove oggi sorge una interminabile catena di sfarzosi alberghi che ci hanno lasciato veramente sconcertati.

Mentre procediamo in jeep lungo la costa, assieme alla gioia di trovarci in un posto meraviglioso di natura, avvertiamo anche questa triste sensazione: in molti punti stanno nascendo troppi nuovi resort, cantieri aperti a squarciare la vegetazione, con squadriglie di operai impegnati sotto il solleone in un lavoro frenetico.

Una mezz'oretta di viaggio, poi il bivio, ad angolo retto verso la boscaglia dell'entroterra. All'imboccatura ci attende un grande pannello con scritto a caratteri cubitali: "Bienvenidos al cenote Dos Ojos". Renato scende presso una casupola di entrata dove vengono richieste alcune formalità di ingresso: qualcosa da pagare e il suo patentino di guida subacquea di cenotes.

L'avventura ha finalmente inizio: la jeep avanza metro su metro scavalcando buche, tratti dissestati, il tutto avvolto in una pace senza tempo e senza confini, scandita da una natura pulsante e selvaggia. In alcuni tratti, dove la vegetazione s'infittisce, gli alberi si intrecciano gli uni agli altri arrampicati in altezza, disegnando strane figure con i fusti ravvolti a spirale. E poi i canti di uccelli spesso invisibili, un vento caldo che si accanisce contro le foglie, provocando per aria una sorta di dolce rumore metallico.

Arriviamo a destinazione. Come in molti cenotes frequentati dai sub, c'è una rampa ricavata nel terreno e di lì mi affretto a scendere, impaziente di andare a vedere l'ingresso della cavità sommersa: pochi metri più in basso compare d'incanto un laghetto di minuscole proporzioni, un autentico sogno divenuto realtà, costituito da una risorgenza d'acqua che definire limpida è limitativo, con meravigliose piante acquatiche che in alcuni punti dipingono di verde la superficie.

Questa è una discesa abbastanza agevole, ma non è sempre così. Lo sanno bene gli esploratori di cenotes che a volte calano mediante scale in legno le pesanti attrezzature e poi se stessi entro budelli stretti e oscurati dalla vegetazione. Un po' come facevano i popoli Maya, che usavano lunghe scale in bambù per arrivare attraverso questi pozzi naturali, ritenuti luoghi sacri, alle loro riserve di acqua potabile fresca e purissima, utilizzata anche per l'irrigazione dei campi in caso di siccità.

Osservo le porzioni di roccia che affonda sott'acqua e mi chiedo cosa mi attenda tra poco, dal vivo: ovvero se gli spettacoli creati dal millenario discioglimento del poroso calcare siano gli stessi, o forse più belli, di quelli tante volte osservati in video o su fotografie. Insomma..finalmente sono qui, assieme al mio compagno

Carlo, che ha già appoggiato amorevolmente la sua custodia subacquea su una sponda, pronta per l'uso, predisponendola con un obiettivo grandangolare montato dietro un oblò sferico in cristallo.

La nostra guida è Fulvia, una vita come diver in Mar Rosso, da parecchio tempo qui, in Messico. Si prepara all'immersione con movenze feline, tante volte ripetute. La sua muta porta i segni di un uso intenso ed il resto dell'equipaggiamento è ovviamente ridondante: più torce, bibombola, doppia maschera, rocchetti con filo d'Arianna e quant'altro. Il tutto in base a normative messicane giustamente ferree che regolano l'attività in queste cavità subacquee.

In particolare, come ci è stato anticipato, viene stabilita una netta differenziazione nell'iter didattico tra immersioni "cavern" e "cave". Le prime sono più alla portata del subacqueo medio, caratterizzate lungo il loro percorso da aperture distanti al massimo 60 metri lineari, massima profondità fissata in 21 metri, minima visibilità 12 metri. Per esse, che inoltre non prevedono soste di decompressione, parliamo di sommozzate da effettuarsi entro condotti che in linea di massima presentano uno sviluppo orizzontale.

Per le "cave" invece si entra in una subacquea diversa, da esploratori in un certo senso, con un training di altro livello. D'altro canto, va detto, di subacquei ne sono morti tanti, nei cenotes, quasi sempre per imprudenza; ed è una morte atroce, cercando la via d'uscita in una rete capillare di condotti pieni d'acqua, disperatamente coscienti che l'aria prima o poi finirà. In questo senso, ribadiamo per chi non lo sapesse che il filo d'Arianna ha un ruolo di primaria importanza nell'ambito di questa tipologia di immersioni.

A Dos Ojos (Due Occhi), essendo uno dei più belli e frequentati cenotes della Riviera Maya, troveremo una robusta cima predisposta sul fondale che serve come punto di riferimento. Se per caso dovesse rompersi, ogni istruttore deve saper intervenire con procedure standardizzate in modo da ristabilire efficacemente la tensione del cavo guida.

FINALMENTE IN ACQUA

Accaldati per la temperatura torrida e "ingessati" dentro le nostre mute umide, attrezzati di tutto punto, ci caliamo da una sponda. L'acqua a 25° che si insinua nelle oggi benvolute sacche d'aria tra pelle e neoprene ci dà un certo refrigerio; tant'è che a posteriori, possiamo affermare che una muta da 3 mm è a nostro avviso perfetta per queste immersioni.

Il laghetto è minuscolo ed una volta sul fondo ci incanaliamo subito in una cavità sommersa che dà inizio all'immersione vera e propria. Lo spettacolo è subito fantastico. Per rimanerne avvolti, bastano pochi colpi di pinne. Una bellezza che appare direttamente proporzionale alla caduta di luce solare, la quale è a sua volta immediata, decrescendo in maniera impressionante in pochi metri dal condotto di uscita - entrata. L'acqua è di una limpidezza che non ha eguali, tant'è che Fulvia e Carlo, a diversi metri di distanza da me, appaiono sospesi nel nulla, corpi senza peso fluttuanti in una camera candida adorna di fantastiche stalattiti che si stagliano dall'alto. Ma non solo: ovunque anche il pavimento è movimentato da stalagmiti che si alzano a volte imponenti e mai uguali. Qua e là assumono superbe fogge colonnari, andandosi a congiungere con le volte, formando le cosiddette stalatto-stalagmiti.

Dos Ojos, com'è caratteristica dei cenotes, ha una superficie vastissima, articolata in un immenso dedalo di condotti sotterranei pieni d'acqua, ma noi seguiamo la cima fissata sul fondo che segna degli itinerari avvincenti, conosciuti e sicuri. Nelle vicinanze di una delle tante bocche che sembrano volerci inghiottire è fissata sul fondo una targa che induce a non cambiare tragitto, rimarcando la pericolosità e le morti di oltre 300 sub nei cenotes, tra cui istruttori qualificati. Fulvia si muove con una pinneggiata morbida, effettuata con le gambe spesso piegate a 90 gradi per limitare quanto possibile l'alzarsi del soffice limo di fondo. Ogni tanto "dialoga" con noi illuminando la sua mano sinistra, senza mai abbagliarci con la potente luce bianca erogata dal faro principale, tenuto con la destra. Carlo si muove al nostro fianco, oppure si posiziona davanti a noi per poi lasciarci sfilare, cercando delle inquadrature che diano idea della bellezza del percorso, fatto di condotti stretti e larghi, camini, sale larghe come chiese, zone ricoperte da incredibili tappeti di sabbia leggera, incrostazioni rocciose dalle mille forme, pezzi di quarzo che abbagliati dai fari offrono riflessi magici. Spesso per dare tridimensionalità alle foto si è lavorato mettendo in primo piano le colonne carbonatiche che spuntano ovunque da terra e dal soffitto, con una cura molto attenta sulla quantità di luce dei flash da erogare e la posizione di questi rispetto al campo inquadrato, perché il candore della roccia in primo piano tende a "sparare" potendo apparire, dopo lo sviluppo delle foto, tristemente sovraesposta. Importantissimo è poi illuminare quanto più possibile, non solo i primi piani, perché il più delle volte la luce è giusta su un sub che pinneggia a un metro e mezzo dal fotografo, ma se il resto dell'ambiente è troppo scuro la foto non vale granché, non documenta abbastanza.

In altre parole, l'ideale è riuscire a dare anche idea dei colori e delle forme dello sfondo, dei subacquei che si muovono sfondando l'oscurità con le suggestive e violente gittate bianche dei coni di luce che vanno ad impattare contro le pareti e le strutture di concrezionamento che le abbelliscono. Ma è pur vero che tutto ciò non è sempre facile!

Proseguiamo in andata per una mezz'ora abbondante, sebbene la bellezza dei luoghi renda la durata dei minuti delle semplici manciate di secondi. Poi compare un taglio di luce dall'alto simile ad un occhio a mandorla ed allora lo spettacolo diventa ancor di più alto livello, perché attraverso l'acqua cristallina ed il chiarore della superficie si intravedono distintamente gli alberi ed i cespugli fittissimi della giungla che avvolge questa seconda apertura di immissione nel cenote.

Anche nel cenote Taj Mahal le aperture che squarciano la superficie danno luogo a scenari drammatici e di incomparabile impatto: non potrò mai dimenticare il grande antro adiacente al laghetto di entrata, forato da piccole aperture entro cui la luce solare entrava con sottili, incredibili sciabolate verso il basso, dando luogo ad una specie di fantastici raggi laser. Nel chiarore di uno di questi, appena sotto il pelo dell'acqua, stanziava immobile uno sciame di piccoli pesci argentati.

Nella magia di queste cattedrali del buio, questo è forse il ricordo più violento, struggente e incancellabile che mi porto dentro, ripensando ai cenotes, e raccontando queste meravigliose esperienze.

VITA NEL BUIO

Ma a prescindere dalle emozioni e dai ricordi, personali e non sempre facilmente descrivibili, l'incontro con questo branco di minuscoli pesci suggerisce ulteriori considerazioni.

Se infatti pensiamo alla vita frenetica che si svolge di giorno e di notte lungo le formazioni coralline costiere, possiamo senz'altro affermare che questi piccoli assembramenti ittici sono, in molte aree oscure dei cenotes, una sorta di fiori nel deserto. E' infatti intuitivo che le immersioni nei cenotes, le cui labirintiche concamerazioni sono per la maggior parte completamente oscure, non sembrano certamente indicate per le osservazioni di una vita biologica vitale e pulsante. In altri termini, nonostante la presenza di acqua salata, non troveremo facilmente nei cenotes quel caleidoscopio di forme e di colori caraibici riferiti all'infinità di spugne, celenterati, crostacei, pesci e quant'altro che si assembrano spesso in pochi metri o addirittura si contendono centimetri quadrati del fondale.

Il tutto a pochi chilometri di distanza dai cenotes, nel mare puro e trasparente della Riviera Maya.

L'estinzione della luce gioca ovviamente un ruolo fondamentale nella distribuzione dei popolamenti biologici, agendo in primis sulla componente vegetale. Una componente vegetale che - si sa - si dirada procedendo via via verso l'interno delle grotte e scompare del tutto laddove non riesca ad innescare i processi fotosinteci per assenza di luce.

In assenza di vegetazione resta la componente animale, che gli specialisti hanno diviso in due categorie. Il primo gruppo riunisce animali che vivono nella penombra e nelle zone sciafile, che però possono anche sopravvivere al di fuori dell'ambiente di grotta. Ricordiamo a questo proposito che popolamenti marcatamente sciafili si registrano in zone nelle quali l'intensità luminosa è al di sotto dell'1%di quella di superficie. Pertanto queste specie, dette troglofile, denunziano una capacità adattativa molto accentuata, riuscendo a vivere in ambienti di grotta a sviluppo orizzontale, o comunque con topografia tortuosa, quali appunto i cenotes, nei quali come detto si arriva quasi immediatamente alla completa oscurità.

Poi c'è il secondo gruppo, che annovera specie prive di occhi e pigmentazione, dette troglobite.

Venti specie troglobite sono conosciute come abitanti dei cenotes e nel sistema di grotte sommerse della Riviera Maya. La "lista" consta di 18 specie di crostacei appartenenti a 7 ordini e 2 specie di pesci appartenenti a 2 ordini.

Dodici specie vivono nelle grotte anchialine, cavità che, pur non presentando una connessione superficiale con il mare, presentano masse acquee salate fluttuanti in sintonia con i ritmi di marea.

Le specie restanti si limitano alle grotte di acqua dolce.

In ogni caso è noto che la vita sommersa dei cenotes è in gran parte da scoprire, soprattutto per quanto riguarda gli invertebrati. In particolare, gli studi sinora effettuati sono stati prettamente orientati su crostacei ed organismi zooplanctonici. Per quanto riguarda i vertebrati, dentro e nelle dirette vicinanze dei cenotes possono esser presenti coccodrilli (non in quelli normalmente frequentati dai subacquei ricreativi!), iguane, tartarughe, rane, uccelli e tutta quell'ampia gamma di animali che popola la giungla, anche a diretto contatto con le sponde dei laghetti di sbocco di queste cavità sommerse.

SCENARI FIABESCHI A VOLTE OFFUSCATI

A Taj Mahal ci siamo immessi in un condotto lungo svariati metri in cui sono risultati abbastanza intensi gli effetti dell'aloclino, tipico di molte aree dei cenotes, un fenomeno secondo il quale la limpidezza dell'acqua si stempera in un offuscamento che ricorda un po' quello che osserviamo sopra l'asfalto nelle torride giornate estive. Partendo dal presupposto che molti cenotes sono vicini al mare, si verifica che masse d'acqua salata penetrino e scorrano al di sotto dei flussi di quella dolce che defluiscono verso l'oceano. Si tratta quindi di due strati che essendo a diversa densità (è maggiore quella dell'acqua salata) e a diversa temperatura, non si mescolano ma scorrono uno sull'altro, e l'interfaccia che si forma tra essi è molto netta e facilmente visibile. Pinneggiare senza colpi maldestri non serve solo ad evitare nubi di sospensione, ma anche a limitare quanto più possibile quel fastidioso effetto di miscelazione che viene a crearsi tra i due letti d'acqua separati, che causa riduzione della visibilità. La profondità alla quale si trova l'aloclino è variabile tra i diversi cenotes e i sistemi di grotte a seconda della distanza dell'oceano. L'aloclino del sistema Ponderosa, lontano 5 chilometri dal mare, è situato approssimativamente a una profondità di 10 metri; il sistema Carwash si trova a circa 13 chilometri dal Mar dei Caraibi, quindi esso si trova più in profondità, a 21 metri.

MA COME SI FORMA UN CENOTE?

Una ricognizione aerea è sufficiente per rendersi conto di quanto la giungla dello Yucatan sia costellata di questi laghetti da sogno, finestre di un mondo a tutt'oggi esplorato solo in minima parte. Eppure, andando a ritroso nella notte dei tempi, lo spettacolo dall'alto doveva apparire sicuramente molto diverso dall'attuale. Un ipotetico salto di 220 milioni di anni, nel periodo Permiano, ci consentirebbe di osservare che un tempo c'era solo mare a ricoprire quelle terre oggi emerse. Lo Yucatan, penisola di separazione tra il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi, era infatti invaso d'acqua tant'è che coralli e sedimenti accumulati in migliaia di anni (di cui ci sono gran quantità di resti fossilizzati) hanno contribuito nella formazione di un gigantesco plateau di rocce calcaree. Durante l'ultima era glaciale, per l'inglobamento dell'acqua sotto forma di ghiaccio questa penisola é emersa, assoggettandosi così al lavorio di aggressione da parte dell'acqua piovana che penetrando nel sottosuolo ha disciolto il calcare creando ciò che in linea di massima osserviamo oggi pinneggiando con maschera e torce.

Ma andiamo con ordine. In alcuni punti, la lenta e inesauribile erosione ha assottigliato il cielo di queste caverne sotterranee che andavano formandosi, fino a farlo collassare sotto il suo stesso peso, aprendo così dei fori di forma solitamente circolare. Verso la fine dell'era glaciale, quando la temperatura del pianeta aumentò e il livello del mare venne ad innalzarsi per lo scioglimento delle calotte polari, queste cavità subirono un totale invasamento d'acqua, mentre quei fori circolari divennero i laghetti che oggi costituiscono l'ingresso alle immersioni. Laghetti che oggi sono perlopiù offuscati da una vegetazione fittissima che nel tempo ha ricoperto tutta la zona fino a presentarcela così come oggi la vediamo, cantieri permettendo.

ACQUA E CALCARE, UN RAPPORTO CONFLITTUALE

Il principio chimico che ha permesso la formazione dei cenotes è lo stesso di quello che ha causato la genesi e lo sviluppo delle grotte della regione del Carso, un esteso altopiano calcareo a ridosso del golfo di Trieste, da cui il termine carsismo. In regioni appunto caratterizzate dall'esistenza di estesi affioramenti di rocce calcaree fessurate, con una conformazione nel complesso quasi pianeggiante, le acque di precipitazione non si raccolgono come naturalmente avviene nei corsi d'acqua superficiali, ma tendono a infiltrarsi nel sottosuolo attraverso quelle fessure che nel tempo tendono ad ampliarsi per gli effetti di dissoluzione operati dall'acqua sulla roccia. L'acqua finisce sempre più in profondità ed a una idrografia superficiale si sostituisce un'idrografia sotterranea. Infatti la sterminata penisola dello Yucatan é pressoché caratterizzata dalla assenza di corsi d'acqua di superficie, mentre poche altre aree al mondo possono vantare una presenza d'acqua tanto ingente e diffusa, anche se nascosta sotto terra.

Il calcare è una roccia sedimentaria costituita prevalentemente da carbonato di calcio sotto forma di calcite. Tale roccia tende a reagire per contatto prolungato con acqua ricca di anidride carbonica. Infatti alcune rocce contenenti calcio, ed in particolare calcare, reagiscono facilmente con un acido, anche se debole, e la combinazione tra acqua e l'anidride carbonica forma proprio un acido: l'acido carbonico, assai instabile.

In altri termini, il ruolo dell'anidride carbonica è di primaria importanza perché essa "acidifica" l'acqua, rendendola più aggressiva, ovvero maggiormente capace di sciogliere la roccia calcarea.

Il contatto acqua - roccia fa si che il carbonato di calcio, insolubile, reagisce trasformandosi in bicarbonato di calcio che essendo solubile si scioglie nell'acqua. Questa reazione è favorita da pressioni elevate e temperature basse dell'acqua.

Analizziamo prima questo secondo punto: di regola le acque fredde possono contenere più anidride carbonica di quelle calde, in quanto la solubilità dei gas decresce con la temperatura. Quindi in assenza di vegetazione le acque fredde sono più aggressive di quelle calde. Ma è pur vero che la vegetazione prolifica maggiormente col caldo e produce proprio anidride carbonica. Per questo le acque sature di questo gas che circolano nei suoli tropicali riescono ad aggredire fortemente le rocce sottostanti, come evidentemente è avvenuto anche nei processi di formazione dei cenotes.

Vediamo ora il primo punto. L'acqua che s'insinua negli interstizi delle rocce calcaree vi scorre in pressione, quindi scioglie del carbonato di calcio caricandosi di bicarbonato. Quando una fessura sbocca nella volta di una grotta, di una caverna o di una qualsiasi cavità sotterranea, per l'abbassamento di pressione dalla goccia d'acqua che man mano si forma al termine della fessura si libera dell'anidride carbonica, pertanto si ha un passaggio che potremmo definire inverso rispetto al precedente, di una parte del bicarbonato a carbonato, che si accumula lentamente sotto forma di cristalli per lo più di calcite, disposti a raggiera tutt'intorno alla fessura.

AGHI E COLONNE DI PIETRA

Sta prendendo forma una stalattite, una delle più spettacolari strutture di concrezionamento delle grotte, diffusissime anche nei cenotes, come possiamo vedere nelle fotografie. In base a quanto detto, la presenza di questi aghi di pietra calcarea protesi dall'alto verso il basso (e viceversa: le stalagmiti) nei cenotes è la prova tangibile di un passato "emerso" di questi ambienti fiabeschi, oggi invasi d'acqua. Di dimensioni a volte incredibili (sono state effettuate misurazioni dell'ordine di 18 metri di altezza), sono proprio loro, le stalattiti e le stalagmiti, a dare al subacqueo la sensazione di trovarsi in un mondo incantato, introvabile altrove nel nostro pianeta.

Le stalattiti sono caratterizzate dalla presenza di un canalicolo interno, attraverso il quale filtra l'acqua responsabile del loro accrescimento. Nel tempo il flusso diventa più irregolare per le ostruzioni che si formano e la soluzione tende a disporsi lateralmente ed a scendere lungo la superficie esterna causandone l'accrescimento periferico. La stessa acqua poi, cadendo goccia dopo goccia dalla stalattite sul pavimento della cavità, provoca la formazione di una stalagmite attraverso il lento accumulo, per strati di accrescimento in altezza, del rimanente carbonato di calcio in essa contenuto e separatosi sia per ulteriore liberazione di anidride carbonica, sia per evaporazione dell'acqua stessa. Le stalagmiti presentano di solito fogge più massicce e tozze delle stalattiti e sono ovviamente prive di canalicolo interno. L'accrescimento di una stalattite e di una stalagmite può provocarne il contatto, con la formazione di una colonna stalatto-stalagmitica, spesso di notevoli dimensioni, completamente saldata nell'area di contatto tra i due "ghiaccioli" di roccia.

La velocità di deposizione delle concrezioni è legata al dettaglio delle condizioni ambientali che la causano, quindi si registra un'ampia variabilità. Si tenga conto che, per esempio, alle nostre latitudini la velocità varia da 3 a 400 millesimi di millimetro ogni anno, ma detti valori possono essere molto più grandi, come si verifica nelle acque termali. Il riscaldamento dell'acqua ricca di calcio porta infatti alla precipitazione di carbonato di calcio.

In ogni caso è quanto mai opportuno muoversi con grazia nei meandri delle grotte, per la tutela di questi patrimoni naturali. E' triste osservare centinaia di queste strutture di roccia irreversibilmente staccate e depositate al suolo come foglie morte. Questa visione è purtroppo abbastanza diffusa nei cenotes, che richiamano in ogni mese dell'anno centinaia, migliaia di subacquei da tutto il mondo, non tutti naturalmente abbastanza "acquatici" o attenti alla salvaguardia di un ambiente tanto bello quanto delicato.

UNA PENISOLA, TANTI CENOTES

Tra i tanti cenotes visitabili dai sub ricreativi nella penisola dello Yucatan, impareggiabile per maestosità è, come dice il nome, il Gran Cenote (Nohoch), situato nella giungla a 2 chilometri dal mare, teatro di esplorazioni incredibili, effettuate per oltre 24 chilometri in grotta. L'interno nasconde cavità di ampiezza impressionante, alcune delle quali lunghe più di 600 metri e larghe 300, comunicanti con un dedalo di ampie arterie. E' difficile calcolare, anche approssimativamente, quante immersioni servano per esplorarne la centesima parte. Ma anche "cambiando" cenote la scelta è veramente ampia. Solo nei dintorni di Playa del Carmen ci sono alcuni tra i più rinomati cenotes dello Yucatan, nei quali è possibile immergersi. Tra questi possiamo citare, oltre a Dos Ojos e Taj Mahal: Chac Mool, Ponderosa e El Elen, Actun Ha, Sak Aktun, Naharon, Maya Blue, Nohoch Nah Chich e Temple Of Doom, che riunisce 3 cenotes collegati tra loro.

DAL TACCUINO DEL VIAGGIATORE

Arrivare nello Yucatan non è difficile. Da Cancun, dove arrivano tutti i giorni aerei pieni di turisti, ci si può spostare (percorrendo la highway 307) in taxi, bus o con un auto presa a noleggio (prezzo medio, 80 $ americani per un auto con aria condizionata e cambio automatico) verso i centri nevralgici della penisola, basi di partenza per raggiungere la gran parte dei cenotes: Puerto Morelos (40 km), Playa del Carmen (60 km), Puerto Aventuras (80 km). Ci sono sistemazioni per tutti i gusti e per tutte le tasche, anche se per la verità un viaggio "chiavi in mano" organizzato da un tour operator facilita non di poco la vita del subacqueo, turista notoriamente più "pesante" del classico viaggiatore.

Per recarsi in Messico non è richiesta alcuna vaccinazione.

Per quanto riguarda il clima, ci sono sostanzialmente due stagioni: quella umida e più calda (estiva), e quella secca. La prima va da fine maggio a tutto ottobre è caratterizzata da qualche ora di pioggia, sebbene nelle vicinanze del mare il tempo vari con frequenza. In ogni caso anche l'inverno, stagione secca, è contrassegnato da temperature tropicali che non scendono al di sotto dei 24 - 22°. Piuttosto soffia spesso, di giorno e di notte, un venticello di mare che increspa le onde e intorbidisce un po' l'acqua nel sottocosta in certe zone. Ciò non può verificarsi sul lato interno di Cozumel, isola distante 12 km, in cui la spettacolare caduta corallina affacciata allo Yucatan, tanto decantata per limpidezza dell'acqua, vita biologica e morfologia di fondale, è in completo ridosso. Ciò non succede neanche… nei cenotes, come si può intuire!

Attenzione a non farsi trovare impreparati per quanto concerne la corrente elettrica: è a 110 volts, con spine americane a lamelle piatte.

Ed a proposito di "America", abbiamo tenuto in fondo una delle poche note stonate che riserba questa esperienza. I prezzi delle immersioni previsti in loco sono infatti sicuramente più abbordabili per le tasche dei subacquei americani, costando da 60 a 65 U.S$ per singola immersione. Ma facendo presente che non siamo americani (se siamo in gruppo i discorsi sono più convincenti!), è possibile avere un po' di sconto.



Foto e testi di Carlo Ravenna