reportage
L'ARCIPELAGO DELL'ARCIPELAGO
Viaggio alla scoperta degli isolotti minori delle Eolie

Di Carlo Ravenna (SUB, giugno 2006)

Le isole Eolie furono tra le prime isole minori italiane ad essere esplorate dal punto di vista naturalistico, oggetto di grande attenzione sin dai primi dell'Ottocento da parte di botanici, zoologi e naturalisti in generale. Gli ambienti dell'Arcipelago rappresentano per le loro caratteristiche fisiografiche dei campi d'indagine di eccezionale interesse, ed andando a ritroso nel tempo è possibile prendere atto degli accurati, appassionanti lavori di esplorazione e studio.

Gli specialisti considerano per certi versi ancora oggi insuperati i risultati delle ricerche nel 1828 del botanico Giovanni Gussone, che solcò queste coste a bordo di una corvetta messa a disposizione della Regia Marina Borbonica. Nel 1856 il medico liparese Ferdinando Rodriguez elenca una serie di specie spontanee di interesse officinale. Ed era già noto un ibrido orticolo, la Kleinia mandraliscae, anticamente coltivato a Lipari e oggi scomparso, dalle prodigiose proprietà curative. Nel tempo crebbe l'elenco di specie rare e entità endemiche dell'Arcipelago, sia animali che vegetali, che descrive una situazione certamente indotta dall'isolamento geografico, da un degrado antropico contenuto, dalle caratteristiche proprie di questi ambienti circondati dal mare, e che costituisce un patrimonio naturalistico meritevole, oggi più che mai, di appropriate misure di tutela e conservazione.

Ora, se solo volessimo prendere a setaccio la millesima parte delle forme viventi in relazione alle aree geografiche prescelte per vivere, non si potrebbe non parlare di alcuni ecosistemi spesso di ridottissime dimensioni in cui l'isolamento è veramente totale, ed in cui le condizioni di adattamento possono sorprenderci al punto da farcele apparire assolutamente proibitive. Mi riferisco ai tanti isolotti minori come Basiluzzo, Strombolicchio, Bottaro, Lisca Bianca, ecc., che spuntano a fianco delle più importanti e in tutto il mondo decantate sorelle maggiori, spesso solo citati sulle guide turistiche come punto di riferimento per raccontare un tratto di costa, oppure perché contornano delle baie in cui è piacevole gettare l'ancora e fare un bel bagno.

Nello specifico, alcuni di essi costituiscono dei veri e propri laboratori naturali in cui lo studio dei popolamenti animali e vegetali suscita un grande interesse perché lì è possibile verificare alcune ipotesi della biologia evolutiva ed effettuare delle indagini paleogeografiche aventi in oggetto il territorio insulare ed i suoi eventuali rapporti con le terre circostanti.

Basti pensare che Lisca Bianca ospita una particolare lucertola, ritenuta una sottospecie peculiare dell'isolotto (Podarcis sicula), chiamata appunto liscabiancae e nel vicino Bottaro c'è un'altra sottospecie, la trischittai. Sono più piccole di quelle presenti sulle isole maggiori, hanno delle colorazioni particolari, ma soprattutto viene da chiedersi come, perché e da quanto tempo immemorabile si trovino su quei pochi metri quadri, in faccia al vento e alle bordate d'acqua.

E poi noi subacquei ci chiediamo quale fondali possano riserbarci questi scogli emersi, prodotti di antiche effusioni vulcaniche, incredibilmente diversi uno dall'altro dal punto di vista morfologico. Basti pensare alla Canna, un affusolato faraglione di basalto che si eleva verso il cielo per 71 metri nel mare di Filicudi, tanto spettacolare quanto scenograficamente differenziato da altri scogli di trascurabili dimensioni che circondano Panarea, appena affioranti dall'acqua e demoliti dal naturale processo di erosione.

Alla Canna, così come allo Scoglio La Nave, emergente nelle vicinanze di Panarea, da fine Maggio a Ottobre inoltrato volano esibendo grandi acrobazie alcune coppie di falchi della regina, una specie protetta che merita davvero salvaguardia e aggiungerei una sorta di civile autoregolamentazione. Verso Novembre i falchi iniziano il lungo e pericoloso viaggio verso le rotte di svernamento del Madagascar.

Tornando al discorso della morfologia, sempre nell'area di Panarea, è ancora diversa Basiluzzo, direi addirittura unica, le cui rocce scorticate la fanno sembrare un decoroso duomo costruito sul mare.

Nel nostro tour partiamo proprio da Basiluzzo, poi ci sposteremo alla volta di altri isolotti e scogli che naturalmente si rivelano interessanti per le immersioni.

Mentre ci prepariamo rimaniamo ammaliati dalle striature formate sulle pareti, che raccontano la sua formazione dovuta alle colate di lava. Basiluzzo è il maggiore degli isolotti delle Eolie, misurando una superficie di 0,3 kmq e un'altezza di 165 metri. Conserva vestigia di edifici romani e sul lato SE i resti murari di una vetusta struttura che si ritiene essere una darsena romana. Quindi la selvaggia e silenziosa Basiluzzo fu abitata dai nostri predecessori, anche se probabilmente (secondo studi) solo stagionalmente. La presenza di una cospicua popolazione di conigli sembra contribuire, assieme agli incendi estivi che sovente si verificano, a rendere le rocce di Basiluzzo tendenzialmente brulle.

Almeno questo è l'impatto visivo, perché ci sarebbe da parlare a lungo di alcune piante importanti, in particolare di un endemismo siciliano (Iberis semperflorens) e di specie tipiche delle rupi a picco sul mare. Ma a noi interessano soprattutto i fondali in cui immergerci e gli abitanti che ci vivono.

Decidiamo di ormeggiare nei pressi di un torrione roccioso collegato alla costa, che raggiungiamo navigando da ovest a est lungo il lato meridionale. Quindi in linea di massima siamo nella porzione costiera SE. Sott'acqua puntiamo verso il mare aperto, dove a 14 metri ci attende uno scoglio isolato ricco di forme sessili. Ancora più interessante è una colonia di sargassi, alghe che sfruttano per l'erezione delle vescicole sferiche (aerocisti) sostenute da pedicelli. Un'altra caratteristica davvero inusuale è l'emissione di continue emissioni di gas di origine vulcanica sotto forma di bolle che risalgono dal fondo verso la superficie. Ancora verso il largo, sui 40 metri, incontriamo un'estensione di sabbia dallo strano colore giallastro, da cui spuntano colonie di diafane ascidie. Ma a parte queste curiose particolarità, alle quali è facile assuefarsi frequentando i fondali delle Eolie, l'area in esame alterna punti monotoni ad altri più spettacolari, formati da massi isolati e spaccature più o meno ampie, che spesso frantumano le rocce del sottocosta.

Sul lato ovest di Basiluzzo lo spettacolo è abbellito dalla presenza del Faraglione di Spinazzola, da cui sporgono svariati esemplari di palma nana, unica specie di palma endemica europea. Sott'acqua protagonista dell'immersione è a mio avviso la… verticalità della parete, tutta striata dai capricci dei fenomeni vulcanici. Su tratti come questo è affascinante in foto ambiente scattare in luce naturale per documentare la maestosità delle rocce, magari con un sub in lontananza sospeso nel blu che dia un'idea delle dimensioni. Sul fondo troviamo cataste di massi ricche di cernie e saraghi. All'estremità della punta poi il fondale è movimentato a circa 40 metri da pinnacoli e canyon, con ramificazioni di eunicelle che si alzano dal fondo, e magnifiche leptosammia che colorano di giallo le zone d'ombra.

Merita un tuffo, o meglio un paio di tuffi, la circumnavigazione dello Scoglio di Petra Nave, che morfologicamente fa parte della dirupata costa NO di Panarea, come si intuisce misurando le basse profondità nel canale di separazione. Bisogna però tener conto che a volte c'è corrente. Nell'acqua cristallina è splendido intravedere a distanza delle piccole secche formate da enormi massi accatastati, regno di murene, e cernie. Tra queste ultime abbiamo incontrato svariate cernie dorate, note anche come dotti. Splendida in particolare è la massata più importante, staccata dalla costa alcune decine di metri, che ha il sommo a 11 e il fondo a poco meno di 35 metri. Una immersione facile e divertente, sempre nella zona di Panarea, è alle Formiche, la porzione di una vasta secca che scende fino a una trentina di metri ammantata dalla posidonia, con rocce spesso stranamente foggiate che sfiorano la superficie, e spesso variopinte dal rosso della spugna Crambe crambe nelle pieghe dove non batte il sole. Altre "Formiche", sono a Lipari, prospicienti Punta del Perciato. È un gruppo di scogli bassi sull'acqua, tra cui uno nettamente più alto. Anche qui l'immersione ha delle analogie con la precedente descritta. Quindi entro i 20 metri abbiamo tagli di luce, scorci mai eguali, un caos di massi che si accalcano e formano piccole cavità e grottini in cui è divertente infilarsi alla ricerca dei colori di spugne incrostanti celesti, rosse, verdi. E poi stelle, briozoi, tunicati di ogni forma e colore. Gli appassionati possono fare il colpo "gobbo" alla ricerca del nudibranco raro.

Sempre a Lipari, spostiamoci ora a metà dell'isola, lungo il versante ovest. Ci attende un grande panettone emerso staccato dalla costa: uno dei tanti, come stiamo vedendo. Si chiama La Pietra del Bagno. Morfologicamente troviamo interessante una caduta lungo il lato nord che incontriamo pinneggiando verso ovest. Si tratta di una parete abbastanza netta, che scende da una terrazzata resa "panoramica" dalla limpidezza sconcertante del mare. In fondo, sui 25 metri ci attende una splendido conglomerato di massi, sviluppato peraltro in maniera davvero consistente anche lungo il versante meridionale. Siamo nel regno delle cernie, tante e alcune belle grosse, ma anche murene e mustele. Ricordo poi uno scorfano rosso giganteggiare su uno scoglio, forse in riposo, forse in caccia all'agguato.

Eccoci ora a Vulcano, dove ci attende un'altra isola dell'isola. È lo Scoglio Quaglietto, e arrivando con la barca abbiamo modo di goderci uno spettacolo bellissimo, offerto da una piscina naturale color smeraldo nella baia formata da Capo Testa Grossa e il Quaglietto. Peraltro alla fine della cala si apre la spettacolare Grotta del Cavallo, visitabile sia con un natante, sia sott'acqua. La grotta è abbastanza ampia ma poco profonda, ed ospita sul fondo un sistema di massi accalcati che danno supporto ad una moltitudine di forme sessili sciafile. All'imboccatura invece branchi di cefali e occhiate brillano alla luce o addirittura nella penombra. Comunque il clou della nostra immersione non è in questa grotta, ma in una tutta sommersa nel Quaglietto, che si apre con evidenza sul versante esterno, piuttosto spoglio e monocromatico dello scoglio. È abbastanza grande, bella, ed ospita la statua di una Madonna che venne deposta dai membri di un circolo subacqueo. La sabbia è sui 25 metri, la volta risale di sette, otto. Obbligatorio il grandangolo!

Chiudiamo con l'itinerario sommerso a mio avviso più avvincente tra quelli descritti. La meta stavolta è Strombolicchio, satellite di Stromboli e distante circa un chilometro e mezzo dall'isola maggiore. Stromboli è l'isola del fuoco, del trekking e anche del mare profondo, come sanno bene i sub che hanno visitato i suoi fondali, in molti tratti subito da capogiro, come del resto si evince analizzando le batimetrie costiere su una carta nautica.

Il lato Nord di Strombolicchio, magnifico torrione di lava con un faro sulla sommità, offre un giardino coralligeno traslato in verticale, lungo una parete che precipita dritta sulla sabbia ad oltre 50 metri. A 20 metri la roccia è adorna di gorgonie rosse, spirografi, spugne colorate, con sciami fluttuanti di castagnole rosse. In estate ricordo un enorme musdela infilata in una profonda spacca, diverse cernie e sui 15 metri un carosello di barracuda.

Per i subacquei irriducibili più esperti, segnalo per dovere di informazione uno scoglio che si allunga ai piedi della parete, con cappello a circa 40, e ben 60 metri e oltre al confine con la sabbia. Soprattutto la porzione nord è un trionfo di paramuricee, con i crinoidi agganciati sulle corpose ramificazioni che si alzano da tratti di roccia estesamente ricoperte da spugne incrostanti rosse e altre verdi. E tanto altro.

Direi che si tratta di scenografie veramente suggestive, dove ogni incontro è possibile, dove anche un metro quadrato di roccia può essere così riccamente popolato da rivelarsi difficilmente raccontabile in poche righe.

A volte, una bella inquadratura e un sapiente colpo di flash sembrano proprio la più essenziale ed efficace strada percorribile per dare giustizia alle forme e ai colori del mare, del nostro Mediterraneo.



Foto e testi di Carlo Ravenna